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22 July 2015

VINO AL VINO IL BLOG DI FRANCO ZILIANI

Pubblicato il 1 luglio 2015 da franco ziliani

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Ovvero quando “Bio non è tecnica, ma è saggezza di vita”

Non chiedetegli del suo catalogo e dei vini che produce, tanto lui comincerà a parlarvi dei “suoi” bianchi “naturali, senza chimica” e sino allo sfinimento: partendo però dal suo approccio ambizioso con la natura che, come ironicamente afferma, «non mira a salvare il mondo ma me stesso». Per poi chiarire: « Bio lo sei dentro e l’erba che cresce a casa tua lo sa come lo sa la tua uva e come lo sa il tuo vino. Bio non è tecnica, è saggezza di vita e te ne accorgi il giorno dopo. Noi coltiviamo la terra e rispettiamo la natura». Non male per iniziare il racconto di una nuova storia.

Chiedo però venia ai miei quattro lettori se ora mi concederò un vezzo letterario e ripeterò, in corsivo, quel che ho scritto nel riferire fedelmente la succitata affermazione; ma con l’aggiunta di un piccolo segno grafico: la barra obliqua. “Bio lo sei dentro/ e l’erba che cresce a casa tua lo sa/ come lo sa la tua uva/ e come lo sa il tuo vino./ Bio non è tecnica, è saggezza di vita/   e te ne accorgi solo il giorno dopo./   Noi coltiviamo la terra./ E rispettiamo la natura”.
Non so se tale accorgimento saprà riscuotere un generalizzato effetto, ma a me questo semplice ritocco ortografico ha evocato rime elegiache, violini suonati dal vento, accordi vibrati come giri di sol della chitarra di Guccini, voci e versi di raffinati cantori, ma anche paesaggi mentali e luoghi dove la vita si sublima con la poesia e con l’amore per la natura. E niente nasce per caso, neanche le sensazioni, perché dietro a queste consonanze si nasconde, anzi si mostra, e pure orgogliosa, una maschera fiera, e un po’ faunesca, su cui s’incide e risplende il sorriso malizioso di un dio vincitore.
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Maschera che porta un nome, un cognome, e più di tutto, un titolo nobiliare: Principe Francesco Spadafora. E “Faunesco”, va inteso nella sua accezione positiva del termine di un dio senza zampe di capra né corna in testa, ma il vero dio della campagna, dei pascoli e dell’agricoltura, luoghi dove il principe sguazza a meraviglia se poi ci poi aggiunge una buona parte di quel suo smisurato amore per la natura. Ruolo che identifica molti dei caratteri della sua personalità. Dove si esalta la summa di tutte le sue anime.
A certificarlo ulteriormente, ci viene in aiuto anche la concezione del suo sito Internet (non molto aggiornato, ahimé…) dove si può cogliere lo stile di una comunicazione colta e raffinatissima. Un esempio: “Quanto più uno vive solo, sul fiume o in aperta campagna, tanto più si rende conto che non c’è nulla di più bello e più grande del compiere gli obblighi della propria vita quotidiana, semplicemente e naturalmente. Dall’erba dei campi alle stelle del cielo, ogni cosa fa proprio questo; c’è tale pace profonda e tale immensa bellezza nella natura, proprio perché nulla cerca di trasgredire i suoi limiti”.

La firma di questa locuzione non è affatto di un pierre qualunque, magari formatosi al Masv di Palermo o al Gambero rosso di Roma, dai quali master escono, in verità fior di professionisti, ma di un premio Nobel per la letteratura: Rabindranath Tagore, un poeta indiano, vissuto a cavallo tra i due secoli scorsi, il cui riconoscimento gli fu conferito «…per la profonda sensibilità, per la freschezza e bellezza dei versi che, con consumata capacità, riesce a rendere nella sua poeticità, espressa attraverso il suo linguaggio inglese, parte della letteratura dell’ovest ».
R.TAGORE

Tutti questi ghirigori di citazioni, ormai prossimi alla noia, ma qui esauritisi, si sono resi necessari per legittimare la mia definizione di un produttore che ha abbracciato la sua missione non con la superficialità di un turista, ma con la profondità di un pellegrino. D’altronde tutto il racconto della sua nobile famiglia, sulle cui spalle si carica il peso di otto secoli di storia e il macigno di un casato con un predominio su cinque principati, un ducato, due marchesati, una contea e venticinque baronie, è caratterizzato da nobili e dignitosi profili e da cariche importantissime, dei molti componenti, e nel Regno di Sicilia e in Stati Europei.
Sino al fondatore dell’attuale azienda vinicola don Pietro dei Principi di Spadafora, scomparso qualche decennio fa, papà di Francesco, che ha ricevuto in eredità la tenuta dallo zio Michele De Stefani l’azienda è ubicata a sud di Palermo, nel comune di Monreale in piena collina tra i 250 e i 400 metri s.l.m., con novantacinque ettari a vigneto e altre colture per circa venti ettari a oliveto.

Un luogo non lontano dall’area del Bélice (e nemmeno immune ai danni provocati dal terremoto del ’68). Ma a quei danni non seguì la beffa; ma la ricostruzione e la riqualifica della struttura con l’ aumento di valore apportato dai vigneti autoctoni e dall’impianto di altri vigneti alloctoni destinati alla nascita di vini di qualità allora impiantati.
Vista_de_la_Alhambra[1]

 «E l’attuale proprietario sono io, Francesco Spadafora, figlio di don Pietro” – afferma con nobile e garbata fierezza – l’ultimo erede. E la filosofia con cui porto avanti la mia azienda è tutta connessa alle caratteristiche dei miei vini ed in particolare di quelli bianchi. Vinificati con protocolli attinenti ad una sorta di “chimica” della terra”. Partiamo dal vino base, l’Alhambra nome che evoca i luoghi spagnoli dei miei avi. E’ il più venduto ed ha il miglior rapporto prezzo convenienza. L’”Alhambra” è una mescolanza, per non dire blend, fra catarratto e insolia e sono gli unici vitigni che vengono raccolti in periodi differenziati. Il “Don Pietro” bianco è invece un blend tra catarratto, grillo e inzolia. Ma il grillo di questo vino è anche quello delle bollicine per cui la vendemmia avviene in un secondo momento ».

Prende fiato, il principe e continua: «Poi c’è il “Grillo” in purezza e con la stessa filosofia del grillo facciamo lo “Schietto” uno chardonnay “centopercento”. Quindi un trait-d’union fra tutti e quattro i vini. Unione che non fa la forza, ma la differenza, pur nascendo da un unico territorio; potremmo dire “un blend di pensieri e di filosofia”. Ma anche di esposizioni, altitudini, tempi di raccolta diversi. Così alla fine possiamo realizzare il miracolo di bianchi con “7” di acidità e “14” di alcol. Da far dire: “Com’è possibile?”. Ed è il “Grillo” in purezza, a fregiarsi di questa stupefacente prerogativa tra acidità, agrume, freschezza ed equilibrio. Ecco, sta tutta qui la magia di un sotterfugio che chiamerei “la chimica della natura”. O, vista da un’altra ottica, “il semplice piacere dell’agricolo”».

Insomma qui comanda la terra nella reggia degli Spadafora e non più quelle baggianate con l’etichetta “biologico”, “biodinamico” e altro. «Proprio così. E’ l’orgoglio della tua anima che rende “sani”, profumati ed eleganti i tuoi vini – conclude il Principe Francesco Spadafora – basta essere orgogliosi di quello che si fa. Comunque non amo sindacare le scelte altrui. Anche chi utilizza la chimica avrà le sue ragioni. Noi usiamo la chimica della terra, le nostre sono “fusioni a freddo” che non generano il nucleare ma il naturale (due parole, l’una quasi anagramma dell’altra).

La questione, per concludere, sta nell’esser contento delle cose che fai. Perché il sano orgoglio è figlio della tua piena coscienza. È l’impulso che t’induce a ricercare i valori che t’appartengono. Al vignaiolo appartiene l’orgoglio di trasfondere in un vino il sapere d’un territorio, d’una comunità di persone, d’una tradizione, consolidata o in divenire. Conta dunque più il sentimento che non il vigneto e il suolo e il fluire dei giorni e i lavori di cantina. E poi il cuore. Lì albergano i sentimenti. E i suoi battiti sono il tic-tac dell’orologio dell’esistenza».

Passiamo dunque alle schede, non prima di una piccola e personale premessa che si rende necessaria ogni volta che mi trovo coinvolto in simili situazioni. Dove l’approccio edonistico, per via dei tanti elementi positivi, gioiosi e suggestivi del racconto, e delle immagini che ne ha evocato, potranno influenzare la mia soggettività sensoriale nel ruolo del degustatore che ora sto per interpretare. Ma se così fosse, mi piace ripetere, altro non sarebbe che un ulteriore e meritorio punto forza offerto della grande magia rappresentata dal vino.

Stefano Gurrera
finale

AHALAMBRA 2012. Colore giallo paglierino chiaro con riflessi verdognoli. Profumo, ricco, relativamente intenso, fruttato e immediato di un vino che mira vivere poco ma bene (le sue aspettative: due anni) e lo dichiara. Pensato per l’estate, quindi beverino, dal gusto secco, sapido, fresco e fruttato. E’ la bottiglia più venduta del catalogo e questo dice più di tante, molte e, a volte, inutili parole…

DON PIETRO 2011. Un’ “Elegia alla memoria del padre”. Un frutto ricco, soffice, netto e istantaneo. Che fa di questo Don Pietro un fresco ed elegante vino. Grillo catarratto e inzolia qui si dividono la scena. Ma non cantano in coro e non rappresentano neppure un trio. Ma tre assoli ben distinti e separati. Sono più dissuasivi, il frutto è più denso, effetto della somma che non altera l’equilibrio messo alla prove da tre istinti diversi. L’inzolia è coltivata in collina alta e con una rigida selezione sui grappoli e il grillo viene sottoposto a due fermentazioni. Il ché assicura una maggiore acidità e, in un secondo momento, una maggiore struttura.

GRILLO 2012. Color giallo paglierino carico con evidenti riflessi verdi. Luminosamente intenso che bisogna tornarci sopra diverse volte per cogliere il suo varietale della polpa di pesca e albicocca. Il gusto ricco e sapido si ammanta in finissima dolcezza glicerica e si fa più dissuasivo, il frutto diventa più corposo e ovviamente il tutto porta ad una pura leggera e floreale amabilità d’aroma che ci spinge ad esplorare quasi all’infinito nei tortuosi meandri dei suoi segreti.

SCHIETTO 2011 Vino che con l’annata 2008 e 2009 ha vinto due splendide medaglie d’oro in Francia al concorso Chardonnay du Monde. E già la dice lunga. Anche questo 2011 ha una polpa molto fitta e le sensazioni sono viscosamente appaganti. Una blandizia della natura. La vinificazione in acciaio e l’affinamento per un 30%, in piccole botti di due legni diversi, mettono il resto. Fatto di grande pulizia olfattiva, perfetta dosatura fra frutto e fiore con vampata finale di crosta di pane, effetto di un protocollo che prevede un non breve riposo sui lieviti. Grandi potenzialità (ma difficile sarà riuscirci) per un lungo invecchiamento.

p.s.
Crediti La foto “Bottiglie con calici” e di Valeria De Luca di “Art Studio” di via Pasubio a Catania”. Ha lavorato quasi un’ora al fotoshop “a gratis” e mi sembra doveroso ringraziarla con una citazione. Se possibile e nulla è di ostacolo per le tue abitudini…
Un abbraccio Stefano

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